Capitolo 5
La danza delle api
RACCONTATO DA BRILLINA, L’APE ADDETTA ALLE PULIZIE

Non tutte le scoperte si fanno volando. A volte, la vera sfida è tornare indietro. Brillina ha trovato un campo pieno di fiori nuovi. Ora deve fare qualcosa di mai fatto prima: raccontare alle altre api dove.

Questo capitolo è il racconto di un gesto che sembra una coreografia, ma è una mappa. La danza delle api non è spettacolo, è direzione, misura, ritmo. E per Brillina, è anche il primo passo per essere creduta.

Perché dire qualcosa non basta. Bisogna farlo con il corpo giusto, nel tempo giusto, con l’intenzione esatta. E così, nella penombra dell’alveare, Brillina si prepara a danzare per essere compresa.

«Ogni volo che torna è anche una parola che nasce.»

5.1

Le cose che guardi da lontano

RACCONTATO DA BRILLINA, L’APE ADDETTA ALLE PULIZIE

Dicono che prima si pulisce, poi si nutre, poi si vola.

Io pulisco.

Sono Brillina.

Terza generazione del ciclo di questa primavera.

Le mie ali sono ancora corte, ma funzionano.

Non volo davvero. Ma mi sposto.

Passo le giornate tra le celle. Raccolgo frammenti di cera, scarti di polline, ali cadute. Sì, a volte anche ali.

È il lavoro delle giovani. Non lasciare tracce.

Ma io, invece, le guardo tutte. Ho una collezione invisibile nella mente: una zampa segnata, una briciola dorata, una larva che ha tremato senza motivo.

Mentre raccolgo, spio.

Polina, per esempio.

La vedo passare e il mio torace batte più forte.

Non per l’ammirazione. Per l’idea.

Lei ha portato la goccia. Nessuno sa bene cosa significhi, ma da allora le api pensano di più.

Mellina si è fermata davanti a una cella vuota per sette battiti. Faviola ha sbagliato una linea.

Tutto si muove. Tranne me.

Stamani mi è stato assegnato il corridoio centrale.

Ho raccolto un grumo secco tra le ali.

Poi, un’ape anziana mi ha chiamata:

“Brillina, porta questo al margine est.”

Era una scaglia di propoli sottile, da posare vicino alla zona delle riserve. Una consegna minore.

Un niente. Ma io l’ho presa come fosse una mappa.

Ho camminato piano. Osservato tutto.

Memorizzato i profumi.

Quando ho posato la scaglia, mi sono fermata.

E ho guardato fuori.

Veskar era all’ingresso.

Dietro di lei, la nuova ape stava dormendo, o fingendo.

Nessuno parlava.

Ma tutto vibrava.

Io, Brillina, non sono pronta per volare.

Ma forse sono pronta a provare.

A pulire sì,

ma anche a notare.

E questa è la cosa più vicina al volo che abbia mai sentito.

5.2

Il volo senza ordine

RACCONTATO DA BRILLINA, L’APE ADDETTA ALLE PULIZIE IN TRANSIZIONE

Quel giorno l’aria sapeva di nuovo.

Non di fiori — di vento.

Mi alzai presto, come sempre. Ma invece di aspettare un incarico, mi mossi da sola.

Non uscii dall’alveare per missione.

Uscii per guardare. Nessuno mi vide.

O forse sì, ma nessuno fermò una giovane ape con le ali ancora corte.

Vidi Veskar, in silenzio.

Vidi Faviola, che tracciava qualcosa con la zampa sulla cera fresca.

E poi superai la soglia.

Era la mia prima uscita senza scopo.

Niente nettare. Niente danze da decifrare.

Solo me. Il campo vicino era silenzioso. I fiori stanchi, piegati dal giorno prima.

Superai quello.

Arrivai al secondo, che avevo solo visto raccontato.

Non c’erano fiori. C’erano erbe alte, e una pozza piccola, tra due rocce.

Mi avvicinai.

L’odore che sentii non era floreale. Era più… minerale.

Come corteccia bagnata. Come una radice spaccata dal freddo.

Mi fermò.

Nessuna ape avrebbe raccolto qualcosa da lì.

Non era utile.

Ma io presi un granello sulla zampa.

Lo strinsi. Lo portai con me.

Quando tornai a Fioralto, nessuno mi stava cercando.

Poggiai il granello su una pietra. Lo guardai.

Era nient’altro che ciò che avevo trovato.

Ma era mio.

Per la prima volta, avevo portato qualcosa.

Non perché servisse.

Ma perché volevo scoprire se valeva.

Forse questo è volare: andare dove nessuno ti ha mandato, e tornare comunque.

5.3

L’errore necessario

RACCONTATO DA BRILLINA, L’APE ADDETTA ALLE PULIZIE IN TRANSIZIONE

L’oggetto che avevo portato era posato su una pietra piatta,

vicino alla zona di riserva.

Nessuno lo aveva toccato.

Nessuno lo aveva guardato.

Solo io tornavo a osservarlo,

sperando che cambiasse forma.

Ma no. Era ancora lì.

Un granello opaco, con riflessi di corteccia.

Nessun profumo. Nessuna consistenza utile.

Mellina passò e lo annusò.

Arricciò l’addome.

“È secco. E non serve.”

Poi se ne andò.

Io rimasi.

Con quella frase dentro.

“Non serve.”

Mi allontanai piano.

Mi infilai nel corridoio nord.

Cercai qualcosa da pulire,

qualcosa che mi riportasse nel ruolo che avevo.

Ma le zampe tremavano.

Poi, una voce. Lenta. Bassa.

“Lo hai portato tu?”

Mi voltai. Era Ambrosia.

La vecchia ape, quasi trasparente per quanto è antica.

“Il granello,” disse.

Annuii.

“Non sapevo… che non servisse.”

Lei fece un piccolo rumore con le ali.

Non era riso, ma una specie di memoria che si sgranchisce.

“La prima volta che ho raccolto una cosa,

era un pezzo di petalo caduto. Tutti mi dissero che era troppo vecchio.”

“E cosa hai fatto?”

“L’ho tenuto.

Poi, una larva l’ha annusato. E si è calmata.”

Fece una pausa.

“Non era servito. Ma aveva fatto bene.”

Io non risposi. Ma nel mio torace qualcosa si aprì.

Non una certezza. Una fessura.

Ambrosia si allontanò.

Ma mentre lo faceva, disse piano:

“Le api giovani sbagliano spesso. Ma quando sbagliano da sole, iniziano qualcosa.”

Rimasi lì. Guardai il mio granello.

E pensai: Forse non era un errore.

Forse era solo... il primo passo di qualcosa che ancora non ha nome.

5.4

Un’idea diversa è utile

RACCONTATO DA BRILLINA, L’APE ADDETTA ALLE PULIZIE IN TRANSIZIONE

Non cercavo nulla. Ma l’ho trovato. Un campo intero, nascosto dopo il secondo cespuglio di salvia.

I fiori erano diversi: piccoli, bassi, blu-violetti. Nessuno ne aveva parlato. Nessuna danza li indicava. Il profumo era forte. L’aria vibrava di nettare.

Raccogliere lì era come bere luce. Il mio sacco si riempì in fretta. E per la prima volta mi sentii parte del ciclo. Non più spazzina. Non più osservatrice. Ma messaggera.

Tornai veloce. Ma appena superata la soglia di Fioralto, qualcosa si fermò.

Come glielo dico? Come spiego il campo, la distanza, l’odore, il lato da prendere? Nessuno mi aveva insegnato. Non l’avevo mai fatta. Non sapevo nemmeno da dove si comincia.

Provai a parlare. “Ho trovato un posto… pieno. Fiori. Violetti. Dopo la salvia…” Ma Mellina non capiva. Neanche Polina.

“Dov’era?” “Non so… lontano. Ma vicino. Ma…”

Sentii il mio torace stringersi. Avevo qualcosa da dire. Ma non sapevo ancora come si dice.

Allora andai nella zona della danza. C’era spazio. Tutti erano impegnati. Posai le zampe.

Iniziai. Piano. Tremando. Un mezzo cerchio. Poi un’oscillazione. Poi un tratto dritto. Non era perfetta. Ma era vera.

Faviola passò e si fermò. Poi Mellina. Nessuna commentò. Ma il giorno dopo, cinque bottinatrici uscirono in quella direzione. Tornarono col sacco pieno.

Nessuna mi ringraziò. Nessuna disse che avevo fatto bene. Ma quel campo, ora aveva un nome tra noi. E io, Brillina, avevo fatto la mia prima danza.

5.5

Il diario delle api giovani

RACCONTATO DA BRILLINA, L’APE ADDETTA ALLE PULIZIE IN TRANSIZIONE

Nessuno parlò della mia danza. Nessun applauso, nessun commento. Ma il giorno dopo, una giovane mi chiese:

“Com’era quel campo? I fiori avevano più polline o più nettare?”

La guardai. Aveva le ali corte come le mie, giorni fa. E io le raccontai. Non solo i fiori. Ma la strada per arrivarci, il vento che tirava a metà volo, il profumo che cambiava tra mattino e sera.

Lei ascoltò tutta, senza battere le ali. Poi mi chiese: “Lo puoi rifare?”

Non sapevo se potevo. Ma lo feci. Di nuovo la danza. Questa volta con meno paura.

Da quel giorno, ogni sera, tre o quattro giovani si fermavano nella zona d’ombra della parete interna. Non per danzare. Per raccontarsi dove erano andate, cosa avevano visto, cosa avevano sbagliato.

Nessuno prendeva appunti. Nessuna cella era dedicata a questo. Ma cominciammo a chiamarlo “il margine”. Lì si parlava tra pari. Non per sapere cosa fare, ma per capire che esiste più di una via.

Un giorno, passando, Ambrosia ci guardò da lontano. Non intervenne. Ma si fermò un po’ di più del solito. E io capii: anche le api più anziane ascoltano, quando le giovani cominciano a raccontare.

Forse un giorno tutto questo cambierà. Forse verrà dimenticato. Ma oggi, nell’angolo d’ombra tra due celle, le api giovani hanno cominciato a scrivere — senza parole, senza cera — il primo diario del volo.