Capitolo 2
Oltre il primo campo
🌱 RACCONTATO DA SIR CICORIA, IL GRILLO

L’aria è più leggera, e Polina sente crescere in sé una curiosità nuova.

Il volo non è più solo dovere: diventa scoperta, scelta, passo verso l’ignoto. Attraversa il primo confine dei fiori conosciuti, spingendosi oltre la sicurezza dell’alveare. Ma non è sola.

Da lontano, un grillo osserva e racconta. È ironico, silenzioso, saggio a modo suo. Attraverso i suoi occhi vedremo Polina cercare, volare, sbagliare. E imparare che anche le api, ogni tanto, devono allontanarsi per capire meglio dove tornare.

«Volare lontano serve, ma solo se sai ancora riconoscere la strada del ritorno.»

2.1

L’Erba vista da Sotto

RACCONTATO DA SIR CICORIA, IL GRILLO

Vi parlerò io, oggi.

Mi chiamo Sir Cicoria, anche se “sir” lo aggiungo solo per darmi un tono.

Sono un grillo. Vivo da queste parti da… diciamo parecchie stagioni. Ho visto tramontare fiori che voi umani nemmeno sapete pronunciare.

Vivo nel secondo campo dopo le cassette colorate, sotto un rosmarino ombroso e sempre un po’ scontroso. Da qui osservo il mondo. E soprattutto, le api.

Ah, le api. Così ordinate, così laboriose, così… teatrali. Non passano mai una giornata senza fare qualcosa di importante. Sono tutte missione, danza, regole.

Ma poi arrivano quelle come lei. Polina.

L’ho vista ieri, tremante e impolverata, tornare dal primo volo. Oggi è tornata. Ma diversa. È passata sopra di me come una nota musicale sbagliata — troppo acuta per il tempo del mattino, troppo veloce per l’aria densa.

Le giovani api fanno così: cercano i confini non per rispettarli, ma per scavalcarli.

E oggi, Polina ha osato. Ha superato il primo campo. Qui, da dove vi scrivo.

Io l’ho vista avvicinarsi a un fiore di papavero. Non uno qualunque, no. Uno dei grandi, quelli alti quanto dieci corpi d’ape, con il cuore nero e lo stelo piegato come un vecchio dubbioso. Polina si è fermata lì, in bilico sull’aria, come a chiedere il permesso. E poi, ha posato le zampette.

Io ho tossicchiato — un riflesso. Non sono abituato a vedere api da questa parte del campo. Le bottinatrici più esperte restano nel primo campo. Raccolgono dove conoscono.

Ma questa no. Questa vuole vedere il mondo. E io — lo ammetto — ero curioso. Mi sono avvicinato piano, zampetta dopo zampetta. L’erba mi scricchiolava sotto i piedi.

Lei non mi ha visto. Le api sono brave a fiutare pericoli, ma non sono grandi osservatrici. Era piegata sul fiore, intenta a succhiare il nettare. Ma non solo per fame. Lo faceva come se stesse cercando una risposta.

Poi si è alzata. Non con fatica, ma con cautela. E ha voltato le antenne verso est.

Ora, lasciate che ve lo dica: verso est non si va. Almeno non senza sapere cosa si cerca. Da quella parte ci sono altri insetti, altri profumi, altri suoni. E non tutti sono amichevoli.

Io ho fatto un passo indietro, ma lei… ha fatto un passo in avanti.

Polina non lo sapeva ancora, ma stava per superare il confine invisibile che divide ciò che è conosciuto da ciò che è solo intuito. E se c’è una cosa che ho imparato in tutti questi anni sotto il rosmarino è questa: chi supera un confine non torna mai esattamente com’era prima.

2.2

L’incontro nel campo nuovo

RACCONTATO DA DORY, LA COCCINELLA

Ci sono momenti in cui il vento cambia. Non solo nell’aria, ma dentro le cose. E quel vento stava cambiando anche in Polina.

Non era più la stessa ape che avevo visto ieri, quando tremava sulla lavanda. Oggi aveva dentro qualcosa di più lungo. Una domanda che ancora non aveva un nome. La seguii, silenzioso, tra le erbe alte del secondo campo. A un tratto si fermò.

Davanti a lei, su una foglia di bardana, sedeva una coccinella. Tonda, rossa, lucida come una bacca d’estate.

“Oh,” disse Polina, fermandosi a metà volo. La coccinella la guardò con calma. Poi, con voce melodiosa e lenta, disse: “Sei nuova, ape. Ti ho vista arrivare da un pensiero lontano.”

Polina sbatté le ali una volta, incerta. “Mi chiamo Polina,” disse. “Sono del primo campo.”

“Lo so,” rispose l’altra. “Nel primo campo si vola dritto. Qui si vola piano.”

E lì, per la prima volta da quando era uscita, Polina si fermò senza tensione. Le due si osservarono.

La coccinella — si chiamava Dory, come scoprii dopo — era diversa da tutte le creature che Polina aveva conosciuto. Non parlava per concludere, ma per aprire spazi.

“Che fai qui?” chiese Polina. “Aspetto che la rugiada torni a farsi sentire,” rispose Dory.

“La rugiada non si sente…” “Tu dici?”

Dory rise, ma non per ridere. Perché la sua vita era fatta di pause che diventavano musica.

“Raccolgo piccole gocce,” disse infine. “Le porto a chi ha sete. A volte le uso per lucidarmi la corazza. A volte… le lascio dove sono.”

Polina era confusa. Ma affascinata. “Noi raccogliamo nettare. Costruiamo. Nutriamo le larve. Tutto ha un ordine.”

“Eppure sei qui,” disse Dory. “Nel campo senza ordine.”

Io, da sotto un ciuffo di timo, seguivo tutto. E mi resi conto che Polina stava ascoltando davvero, non come un’ape. Come qualcuno che vuole imparare il linguaggio del vento.

“Posso portarti qualcosa?” chiese Polina, con gentilezza.

Dory la guardò, e per un istante tutto si fermò. “Portami una domanda. Ma non rispondere subito. Tienila con te. Falla girare tra i fiori. E torna, solo quando ti avrà risposto da sola.”

Polina volò via, non veloce. Non lenta. Ma con una nuova forma d’ascolto.

2.3

Il Confine Vero

RACCONTATO DA POLINA, L’APE BOTTINATRICE

Alcune api volano per raccogliere. Altre per obbedienza. Lei volava per capire.

Polina non era fatta per stare nei limiti. Lo avevo capito subito. Dopo aver lasciato la coccinella — Dory, quella saggia sferetta rossa che vede più con le pause che con gli occhi — Polina non tornò indietro. No. Proseguì.

E qui comincia la parte difficile. Perché, vedete, il secondo campo è ancora vicino: profumi simili, erbe conosciute, api in vista. Ma il terzo campo… è un’altra cosa.

Qui l’erba è più alta. Il vento ha un odore diverso. Persino il sole cade in modo più spigoloso. E non ci sono più le api. Non perché non possano arrivarci… ma perché scelgono di non farlo.

Polina, però, scelse di entrare.

La vidi volare basso, rasente, come se il cielo la stesse premendo contro la terra. I fiori qui erano strani: petali chiusi, colori spenti, ma profumi forti. Alcuni parlavano, sì… ma con accenti che nemmeno io capivo.

Un coleottero nero la sfiorò. Lei scartò. Una formica la ignorò. Nessuno la stava aspettando lì. E lei lo sentì. Non c’era rabbia. Non c’era pericolo. Ma c’era assenza di riconoscimento.

In quel campo, Polina non era una bottinatrice. Non era una sorella. Non era nessuno.

E per la prima volta… esitò. Si posò su un fiore giallo-ramato, troppo ruvido per la sua zampa. Guardò avanti. Ma non c’era altro. Non nuovi campi. Non nemici. Solo il fuori.

Rimase lì qualche istante. Poi sbatté le ali, ma non per volare. Per sentire se la sua danza aveva ancora suono. E la risposta fu: sì. Ma solo se tornava.

Io, da sotto un finocchietto selvatico, restai in silenzio. Perché quel momento non era mio. Era suo. E lo era per tutte le api che, un giorno, proveranno ad andare troppo oltre solo per scoprire dove finisce la forma di sé.

Polina si voltò. Non di scatto. Non con rimpianto. Ma come chi ha toccato il bordo e ha deciso di tornare senza rompersi.

E mentre scompariva tra le foglie del secondo campo, sentii un fruscio dolce, breve, come il rumore che fa un’idea quando si posa in un posto sicuro.

2.4

Le api non sanno tutto

RACCONTATO DA POLINA

Non ci volle molto. Appena lasciò il terzo campo, il mondo tornò a parlare la lingua di Polina.

Il vento si fece più rotondo. L’aria tornò a profumare di casa, di fiori che avevano già visto api. Ma lei… non era più la stessa.

La rividi planare nel secondo campo, meno decisa, più attenta. Si fermò su un ciuffo di achillea, vicino al rosmarino. Io ero lì, come sempre.

Dory, la coccinella, stava raccogliendo una goccia di rugiada sul dorso di una foglia.

“Sei tornata,” disse, senza guardarla. Polina non rispose subito. Poi: “Sì. Ma non ho portato niente.”

Dory annuì piano, come se fosse la risposta che si aspettava.

“Sei andata nel campo che non ha nome?”

“Sì.”

“E?”

“E… non c’era niente.”

“Forse non era per te,” disse la coccinella. “O forse era per quando sarai diversa.”

Io rimasi immobile. Perché in quel momento accadde una cosa rara. Un’ape tacque con dignità.

Nessuna giustificazione. Nessuna teoria. Solo una pausa.

“Forse… non devo sapere tutto,” disse Polina, dopo un lungo silenzio.

Dory sorrise, nel suo modo coccinelloso. “Chi sa tutto, spesso dimentica dove ha messo il cuore.”

Polina alzò lo sguardo. Le sue antenne non tremavano più come prima.

Non aveva trovato il segreto del mondo. Ma aveva trovato uno spazio dentro di sé dove mettere le domande.

“Posso restare qui ancora un po’?” chiese.

Dory scivolò lungo il gambo della pianta e si sedette accanto a lei.

“Sì. Ma senza cercare niente.”

E così rimasero. Un’ape e una coccinella. Una con l’ala ferma. L’altra con la corazza lucida.

Perché quel giorno imparai che anche le api — sì, perfette, ordinate, sicure — …hanno diritto al mistero.

Quando Polina riprese il volo verso casa, il sole era alto, ma non ancora stanco. Non volava più per capire. Volava per portare qualcosa.

Tra le zampe, con attenzione, teneva una goccia di rugiada. Dory glielo aveva sussurrato sotto una foglia: “Se la lasci scivolare sulle ali, toglie il bruciore. Rinfresca la parte che ha volato troppo.”

Polina l’aveva raccolta per sé, dopo il terzo campo. Ma poi aveva pensato: “E se qualcuna, domani, tornasse come me? Confusa. Bruciata dal volo troppo grande?”

Così volava ora. Non per il nettare. Non per la danza. Ma per la cura.

Quando Fioralto apparve tra le foglie del primo campo, il vento la accolse morbido. Veskar, immobile come sempre all’ingresso, la vide arrivare.

“Hai trovato poco,” disse, con tono che non era rimprovero, ma constatazione.

“Ho trovato qualcosa che… non avevamo ancora,” rispose Polina.

E senza entrare, posò la goccia di rugiada su una pietra piatta, accanto all’ingresso.

2.5

Il ritorno e la rugiada

RACCONTATO DA POLINA, L’APE BOTTINATRICE

Mellina si avvicinò, incerta.

Polina.

“Cos’è?”

“Lenisce le ali,” rispose.

“Là fuori c’è vento che brucia.

E fiori che non parlano.

Non è miele.

Ma può servire a chi torna.”

Brillina non disse nulla. Ma non guardava più con sospetto.

Salvatore, laggiù tra le cassette, alzò per un attimo gli occhi.

Vide la pietra, vide la goccia. E sorrise.

Io, da sotto il rosmarino, scrissi nel mio diario mentale:

“Oggi un’ape ha portato qualcosa che non sapeva servisse. Ma servirà.”

A volte, i doni migliori non nutrono. Curano.